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Paragrafi 1-39
1. Nell'anno del Signore 1207 (5), Francesco, di professione
mercante, preso in cuore da compunzione e ispirato dallo Spirito
Santo, iniziò una vita di penitenza in abito da eremita.
Ma poiché il modo della sua conversione è sufficientemente
spiegato nella "Vita" (6) qui lo tralasciamo.
2. Nell'anno del Signore 1209, terzo della sua conversione,
Francesco, udito nel Vangelo ciò che Cristo disse ai
discepoli mandati a predicare (7), abbandonò immediatamente
il bastone, la bisaccia e i calzari, mutò abito, assunse
quello che i frati portano ora, e si fece imitatore della povertà
evangelica e sollecito predicatore del Vangelo.
3. Nell'anno del Signore 1219 (8), decimo della sua conversione,
frate Francesco nel Capitolo che si tenne presso Santa Maria
della Porziuncola, mandò frati in Francia, in Germania,
in Ungheria, in Spagna e in quelle altre provincie d'Italia
in cui i frati non erano ancora pervenuti.
4. I frati che giunsero in Francia (9), interrogati se fossero
Albigesi, risposero di sì, non comprendendo che cosa
fossero gli Albigesi e non sapendo che erano eretici, così
furono quasi considerati tali. Ma il vescovo (10) e i teologi
di Parigi infine, letta attentamente la loro Regola e trovatala
evangelica e cattolica, consultarono sulla questione il signor
papa Onorio (11). Ed egli con una sua lettera (12) dichiarò
la loro Regola autentica, poiché approvata dalla Sede
apostolica, e figli speciali della Chiesa Romana e veramente
cattolici i frati stessi, che da lui in questo modo furono liberati
dal sospetto d'eresia.
5. In Germania poi furono mandati i frati... e frate Giovanni
da Penna con circa 60 frati o forse più. Questi penetrarono
nelle contrade della Germania senza conoscerne la lingua e richiesti
se volessero alloggio, cibo o altre cose del genere risposero
"ia", e pertanto furono accolti benevolmente da certuni.
Vedendo che con la parola "ia" erano ben trattati,
decisero di rispondere "ia" a qualsiasi domanda. Per
questo accadde che, alla domanda se fossero eretici e se giungessero
con l'intenzione di infettare la Germania così come avevano
pervertito la Lombardia, risposero ancora "ia". Allora
alcuni di loro furono percossi, altri incarcerati, altri spogliati
e, condotti nudi in giro, furono fatti spettacolo di ludibrio
per la folla. Vedendo dunque i frati che in Germania non potevano
dar buon frutto, se ne tornarono in Italia. Per questo fatto
la Germania fu considerata dai frati tanto crudele, che non
osavano ritornarvi se non ispirati dal desiderio di martirio.
6. I frati mandati in Ungheria, vi furono portati per mare,
per l'interessamento di un vescovo ungherese. Avanzando essi
separatamente nelle campagne, i pastori li assalirono con i
cani, e senza far parola, li percossero ostinatamente con l'estremità
non appuntita delle loro picche. Domandandosi i frati tra loro
il motivo di tale massacro, uno disse: "Forse vorranno
avere le nostre tuniche". Le diedero, ma neppure così
le botte cessarono. Aggiunse: "Forse vorranno anche le
vesti di sotto". Le diedero, ma neppure così quelli
smisero di bastonarli. Disse ancora: "Forse vorranno anche
le nostre brache". Le diedero, e quelli smisero di picchiarli
e li lasciarono andar via tutti nudi.
E a me uno di questi frati raccontò che in questo modo
aveva perso lui stesso le brache ben quindici volte. Ma poiché,
vinto dal pudore e dalla vergogna, si doleva più per
le brache che per gli altri indumenti, macchiò le sue
con sterco di bue e altro sudiciume e allora i pastori, provando
nausea al vederle, gli permisero di tenersele. Afflitti da questa
e da molte altre offese, fecero ritorno in Italia.
7. Dei frati passati in Spagna cinque furono coronati dal martirio
(13). Se questi cinque vi furono mandati da questo medesimo
Capitolo o dal precedente, come frate Elia e i suoi compagni
in terra d'oltremare, non potrei dirlo con sicurezza.
8. II martirio, la vita e la Leggenda scritta dei suddetti
frati furono riferite al beato Francesco; ed egli, sentendo
che in essa eran fatte le sue lodi e accorgendosi che i frati
dal martirio di quelli traevano motivo di gloria, essendo egli
grandissimo spregiatore di sé e disdegnoso di lode e
di gloria, respinse la Leggenda. Ne proibì la lettura
dicendo:
"Ciascuno si glorii del suo proprio martirio e non dell'altrui".
E così tutta quella prima missione, forse perché
non era ancora arrivato il suo momento, poiché "il
tempo per ogni cosa è scritto in cielo" (14), non
riuscì a nulla.
9. Frate Elia (15) invece fu nominato dal beato Francesco ministro
provinciale per le terre d'oltremare. Per la sua predicazione
un chierico di nome Cesario si convertì e fu ammesso
nell'Ordine. Questo Cesario (16), tedesco di Spira e suddiacono,
era stato discepolo di teologia del maestro Corrado da Spira,
predicatore della croce e più tardi vescovo di Hildesheim
(17). Quand'ancora era secolare Cesario fu grande predicatore
e imitatore della perfezione evangelica. Poiché alla
sua predicazione certe matrone della sua città si recavano
in abito umile, e senza alcun ornamento, avvenne che i loro
mariti, pieni di indignazione, volessero mandare lui al rogo
come eretico. Ma strappato alle fiamme per opera del teologo
Corrado, ritornò a Parigi (18). Più tardi, fatto
il passaggio solenne, andò in oltremare e, udita la predicazione
di frate Elia, come s'è detto, si convertì al
nostro Ordine e riuscì uomo di grande dottrina ed esempio.
10. Date queste disposizioni, il beato padre, rendendosi conto
di aver mandato i suoi figli al martirio e al sacrificio, non
volle dar l'impressione di cercare per sé la tranquillità
mentre gli altri si travagliavano per Cristo. Essendo desideroso
di gloria e non volendo che alcuno lo superasse sulla via di
Cristo, preferiva piuttosto precedere tutti. E come i suoi figli
erano stati mandati verso pericoli incerti e tra popoli cristiani,
così egli, fervido d'amore per la passione di Cristo,
affrontò i pericoli certi del mare per recarsi presso
il Sultano (19) alla volta degli infedeli, nell'anno stesso
in cui mandò gli altri, e cioè nel XIII della
sua conversione. Ma prima di giungere da quello subì
molte ingiurie e offese e ignorando la lingua, gridava tra i
colpi "Soldan! Soldan!". Così, condotto fino
a lui, fu da lui onorevolmente ricevuto e umanamente curato
nella malattia. Disponendosi a ritornare, poiché là
non poteva dar frutti, il sultano lo fece accompagnare da una
scorta fino all'esercito cristiano, il quale allora assediava
Damietta.
11. Quando il beato Francesco passò il mare col beato
Pietro Cattani (20), esperto di diritto e giureconsulto, lasciò
in Italia due vicari, frate Matteo da Narni e frate Gregorio
da Napoli. Matteo si stabilì presso Santa Maria della
Porziuncola con l'incarico di risiedervi e ricevere quanti dovevano
essere accolti nell'Ordine, mentre Gregorio ebbe l'incarico
di andar in giro per l'Italia a portar conforto ai frati. Ora,
poiché secondo la Regola primitiva (21) i frati digiunavano
il mercoledì e il venerdì e col permesso di San
Francesco anche il lunedì e il sabato, mentre negli altri
giorni mangiavano carne, questi due vicari con alcuni frati
più anziani tennero un Capitolo di tutta l'Italia, nel
quale stabilirono che i frati anche nei giorni di grasso non
usassero carni acquistate ma mangiassero soltanto di quelle
spontaneamente offerte dai fedeli. Oltre a ciò stabilirono
il digiuno obbligatorio per il lunedì e gli altri due
giorni aggiungendo che al lunedì e al sabato non dovessero
procurarsi i latticini ma che se ne astenessero, a meno che
non fossero spontaneamente offerti dai fedeli devoti.
12. In seguito a queste Costituzioni un frate laico, indignato
per il fatto che i vicari avessero avuto la presunzione di aggiungere
alcunché alla Regola del santo padre, prese con sé
le Costituzioni, passò il mare senza la loro autorizzazione
e, giunto dal beato Francesco, per prima cosa confessò
a lui la sua colpa chiedendo perdono per essersi presentato
senza permesso, ma spintovi dalla necessità, dal momento
che i vicari da lui lasciati avevano avuto la presunzione di
aggiungere nuove norme alla sua Regola. Aggiunse inoltre che
l'Ordine in tutta Italia era turbato a causa delle novità
introdotte sia dai vicari sia da altri frati. Lette tutte le
Costituzioni proprio mentre il beato Francesco era a tavola
e aveva dinanzi a sé della carne pronta da mangiare,
il Santo disse a frate Pietro (22): "Signor Pietro, che
faremo?". Ed egli rispose: "Ah, come piace a voi,
signor Francesco, perché voi avete l'autorità".
Poiché frate Pietro era dotto e nobile il beato Francesco
per cortesia lo onorava chiamandolo Signore, e quegli da parte
sua, umiliandosi dinanzi al suo padre spirituale, gli tributava
la medesima deferenza. E questo rispetto reciproco rimase tra
loro sia in oltremare sia in Italia. E infine così concluse
il beato Francesco: "Mangiamo dunque, come dice il Vangelo,
i cibi che ci sono apparecchiati" (23).
13. Proprio in quel tempo viveva in oltremare una profetessa
che aveva fatto molte predizioni avveratesi e che perciò
era anche chiamata in quella lingua la Veridica. Essa aveva
detto ai frati che erano con San Francesco: "Ritornate,
ritornate, perché per l'assenza di frate Francesco l'Ordine
è turbato, si divide e si disperde". E ciò
era vero. Infatti frate Filippo (24), che era lo zelatore delle
Povere Dame (25), agendo contro la volontà del beato
Francesco, il quale preferì superare tutti i contrasti
con l'umiltà più che con l'autorità della
legge, aveva ottenuto dalla Sede Apostolica una lettera che
l'autorizzava a difendere le religiose e a scomunicare i loro
detrattori.
Similmente anche frate Giovanni da Campello (26), raccolto
un gran numero di lebbrosi, di uomini e di donne, uscì
dall'Ordine volendone fondare uno nuovo. Scrisse una Regola
e si presentò alla Sede Apostolica con i suoi seguaci
per farla approvare. Oltre a queste cose, durante l'assenza
del beato Francesco sorsero altri principi di turbamento, così
come la Veridica aveva predetto.
14. II beato Francesco, presi con sé frate Elia, Pietro
Cattani, Cesario da Spira quello che frate Elia aveva ammesso
nell'Ordine quando era ministro della Siria, come già
s'è detto e qualche altro frate, fece ritorno in Italia
(27). E qui, comprese appieno le cause dei disordini, non si
recò dagli agitatori ma si rivolse direttamente al signor
papa Onorio (28).
Presso la porta del signor Papa postosi dunque a giacere, l'umile
padre non osava far risuonare bussando la stanza di un così
gran principe, ma aspettava con pazienza ch'egli ne uscisse
spontaneamente. E quando fu uscito, il beato Francesco gli fece
un atto di reverenza e disse: "Padre papa, Dio ti doni
la pace!". E quegli: "Dio ti benedica, figlio!".
E il beato Francesco: "Signore, dal momento che tu sei
grande e occupato spesso in grandi affari, i poveri non possono
spesso aver accesso fino a tè tante volte quante ne avrebbero
bisogno. Tu mi hai assegnato molti papi (29). Dammene uno col
quale possa parlare quando ne ho necessità, e che in
vece tua ascolti e risolva i problemi miei e del mio Ordine".
E a lui il papa: "Chi vuoi che ti dia, o figlio?".
Ed egli: "II signor vescovo di Ostia". E gli fu concesso.
Avendo dunque il beato Francesco riferito al signor vescovo
di Ostia, suo papa (30, le cause dei disordini, egli immediatamente
revocò la lettera di frate Filippo mentre frate Giovanni
e i suoi seguaci furono espulsi ignominiosamente dalla Curia.
15. E così, col favore di Dio, i perturbatori si calmarono
immediatamente e il beato Francesco riformò l'Ordine
secondo la sua Regola (31). E vedendo che frate Cesario era
dotto in Sacra Scrittura, affidò a lui il compito di
ornare con parole del Vangelo la Regola da lui redatta con parole
semplici. Ed egli lo fece. E poiché i frati in gran numero
erano stati turbati dalle diverse voci corse sul beato Francesco,
dicendo alcuni che fosse morto, altri ucciso e altri naufragato,
quando compresero ch'egli era vivo e già ritornato, per
la gioia ebbero l'impressione che una nuova luce sorgesse per
loro. Il beato Francesco indisse immediatamente un Capitolo
generale presso Santa Maria della Porziuncola.
16. Pertanto nell'anno del Signore 1221, il 23 maggio, indizione
XIV, nel santo giorno della Pentecoste (32), il beato Francesco
celebrò un Capitolo generale a Santa Maria della Porziuncola.
Al Capitolo, secondo una consuetudine dell'Ordine allora in
vigore, convennero tanto i frati professi quanto i novizi e
di tremila fu stimato il numero dei convenuti. Al Capitolo partecipò
il signor Ranieri, cardinale diacono, con molti altri vescovi
e religiosi (33).
Con il suo mandato un vescovo celebrò la messa; si ritiene
che il beato Francesco abbia letto il Vangelo (34) e un altro
frate l'Epistola.
I frati, non avendo edifici sufficienti per tanti uomini, alloggiavano
entro un campo vasto e recintato sotto ripari di foglie, e mangiavano
e dormivano distinti ordinatamente e spaziosamente in gruppi
di ventitré mense.
A questo Capitolo prestava premurosamente servizio la popolazione
del luogo, la quale forniva in abbondanza il pane e il vino,
lieta del raduno di tanti frati e del ritorno del beato Francesco.
In questo Capitolo il beato Francesco predicò ai frati
scegliendo il tema: "Benedetto il Signore, Dio mio, che
istruisce le mie mani alla lotta" (35), insegnando loro
le virtù ed esortandoli alla pazienza e ad essere d'esempio
al mondo. In egual maniera parlava al popolo e il popolo e il
clero ne erano edificati. Ma chi potrebbe dire quanta carità,
pazienza, obbedienza e fraterna letizia ci furono allora tra
i frati? Un Capitolo come questo infatti, sia per il numero
dei frati sia per la solennità delle cerimonie, nell'Ordine
non lo vidi più. E nonostante la moltitudine dei frati
fosse tanta, la popolazione provvedeva tuttavia ad ogni cosa
così di buon animo che dopo sette giorni di Capitolo
i frati furono costretti a chiudere la porta e a non accettare
più nulla, e a trattenersi altri due giorni ancora per
consumare i cibi già offerti in dono e accettati.
17. Alla fine di questo Capitolo o, meglio, quand'esso ormai
volgeva al termine, il beato Francesco si ricordò che
la fondazione dell'Ordine non aveva ancora raggiunto la Germania.
Essendo egli in quel tempo debole di salute (36), tutto ciò
che doveva esser comunicato al Capitolo da parte sua veniva
detto da frate Elia. Il beato Francesco, restando seduto ai
suoi piedi, tirò per la tunica frate Elia, il quale,
inchinatesi verso di lui e sentito quel che voleva, si rialzò
e disse: "Fratelli, il Fratello intendendo così
il beato Francesco, che da loro era chiamato il fratello per
eccellenza dice che c'è un paese, la Germania, in cui
vivono uomini cristiani e devoti. Come ben sapete, questi, animati
dalla speranza, con i lunghi bastoni e i grandi ceri passano
nella nostra terra cantando le lodi di Dio e dei suoi Santi
pieni di sudore sotto i raggi ardenti del sole e visitano i
sepolcri dei Santi. Ma poiché i frati mandati talvolta
da loro ne tornarono maltrattati, il Fratello non costringe
nessuno ad andarvi. Tuttavia se alcuni, ispirati dallo zelo
per Dio e per le anime, volessero partire, ad essi egli intende
dare la stessa obbedienza (37) e anzi una anche più ampia
di quella che darebbe a quanti vanno oltremare. E se qualcuno
c'è che intende andare, si alzi e si ponga in un gruppo
a parte". Infiammati dal desiderio di martirio, si alzarono
circa novanta frati pronti ad offrirsi alla morte e, postisi
in disparte secondo l'invito, aspettavano di sapere chi, quanti,
come e quando dovessero partire.
18. Al Capitolo c'era allora un certo frate il quale, nelle
sue preghiere, soleva supplicare il Signore affinché
la sua fede non venisse né corrotta dagli eretici della
Lombardia né messa in pericolo dalla crudeltà
dei Tedeschi. Ed egli chiedeva al Signore che, nella sua misericordia,
si degnasse di liberarlo da queste due prove. Costui, vedendo
alzarsi molti frati pronti ad andare in Germania, pensò
che sarebbero stati immediatamente martirizzati dai Tedeschi.
Dolendosi di non aver conosciuto per nome quelli inviati in
Spagna e già martirizzati, volle evitare che gli accadesse
con questi quanto già gli era accaduto con quelli. Alzatesi
dal mezzo della moltitudine, andò presso di loro e passando
dall'uno all'altro domandava: "Chi sei e di dove sei",
perché riteneva gloria grande, nel caso fossero stati
martirizzati, il poter dire: ho conosciuto questo, ho conosciuto
quello". Tra loro c'era un frate diacono di nome Palmerio,
che poi fu guardiano del convento di Magdeburgo: un tipo allegro
e spiritoso, oriundo del Gargano nelle Puglie. Giunto da lui
il frate curioso e avendogli domandato chi fosse e come si chiamasse,
rispose: "mi chiamo Palmerio", e subito, afferrandolo
per la mano, aggiunse: "anche tu sei dei nostri e partirai
con noi". Voleva infatti condurlo con sé in mezzo
ai Tedeschi mentre l'altro aveva già pregato Dio più
volte di mandarlo dove volesse tranne che là. Quegli,
inorridendo al nome dei Tedeschi, replicò "non sono
dei vostri e tra voi sono venuto per conoscervi e non per partire
con voi". Frate Palmerio, prevalendo col suo buon umore,
lo trattenne e, nonostante gli si opponesse con le parole e
coi gesti lo trasse a terra e lo costrinse a sedersi con lui
in mezzo agli altri. Nel frattempo, mentre ciò accadeva
e il frate curioso era ancora trattenuto con gli altri, egli
fu assegnato a un'altra provincia con la formula: "II frate
tale vada nella provincia tale". Mentre i novanta frati
erano in attesa della decisione, fu designato ministro provinciale
della Germania il tedesco Cesario, nato a Spira come ho già
detto con la facoltà di scegliersi chi volesse di quei
novanta. E avendo trovato tra gli altri il frate curioso, da
loro gli fu suggerito di portarlo con sé. Ma quello,
che andava malvolentieri tra i Tedeschi, continuava a ripetere:
"Non sono dei vostri e non mi sono alzato con l'intenzione
di partire con loro". Così fu condotto da frate
Elia. I frati della provincia cui era stato destinato, sentendo
ciò, poiché egli era debole di salute e troppo
freddo il paese in cui doveva andare, si davano da fare per
trattenerlo. Frate Cesario tuttavia mostrava in tutti i modi
di volerlo condurre con sé.
Troncò la lite frate Elia dicendo così: "Ti
ordino, o fratello, per la santa obbedienza, che tu decida una
buona volta se vuoi andare o rinunciare". Ma egli, legato
all'obbedienza, non sapendo che fare, era imbarazzato a scegliere
secondo il suo sentimento per non dar l'impressione, con una
scelta, di agire secondo la propria volontà. A causa
della crudeltà dei Tedeschi aveva paura a partire, per
non mettere in pericolo la sua anima nel caso avesse perso la
pazienza tra i martirii.
Così, perplesso fra le due decisioni e non trovando da
solo una soluzione, si avvicinò a un frate già
provato da molte tribolazioni, quello che in Ungheria come
è stato detto aveva perso quindici volte le brache,
e gli chiese consiglio con queste parole: "Fratello carissimo,
ho ricevuto questo ordine ma ho paura a scegliere e non so
che fare". E l'altro: "Va' da frate Elia e digli:
"Fratello, non voglio né andare né restare,
ma ciò che mi ordinerai io farò. E così
ti libererai da tale perplessità"". E così
fece. Sentito ciò, frate Elia gli comandò, in
virtù della santa obbedienza, di affrettarsi ad andare
in Germania con frate Cesario.
Era, quell'uomo, frate Giordano da Giano, quello che ora vi
scrive questa cronaca, il quale proprio per tali circostanze
giunse in Germania, scampò alla furia dei Tedeschi,
di cui aveva orrore, e insieme a frate Cesario e ad altri trapiantò
in Germania per la prima volta l'Ordine dei Frati Minori (38).
19. Il primo ministro provinciale della Germania fu frate Cesario,
il quale, preoccupato di adempiere efficacemente l'obbedienza
a lui imposta, prese con sé i frati Giovanni da Pian
del Carpine (39), predicatore in latino e in lombardo, il
tedesco Barnaba, ottimo predicatore in lombardo e in tedesco,
Tommaso da Celano (40) che poi scrisse la prima e la seconda
Leggenda di san Francesco, Giuseppe da Treviso, l'ungherese
Abramo, il toscano Simone, figlio della contessa di Collazzone,
il chierico tedesco Corrado, il sacerdote Pietro da Camerino,
i sacerdoti Giacomo e Gualtiero, il diacono Palmerio, il diacono
Giordano da Giano e alcuni frati laici, e precisamente il tedesco
Benedetto da Soest, lo svevo Enrico, oltre a molti altri il
cui nome mi sfugge. Ma furono in tutto dodici chierici e quindici
laici. Frate Cesario pertanto, dopo che li ebbe scelti, dato
il suo carattere affettuoso, abbandonò malvolentieri
il beato Francesco e gli altri santi frati e con l'autorizzazione
del beato Francesco distribuì i compagni assegnatigli
nelle sedi della Lombardia, perché lì attendessero
sue istruzioni. Egli stesso si ritirò per tre mesi nella
valle di Spoleto. Quando si dispose a intraprendere il viaggio
verso la Germania, convocò frate Giovanni da Pian del
Carpine, frate Barnaba e alcuni altri e li mandò avanti
a preparare il posto a Trento per lui e per gli altri frati,
i quali li avrebbero seguiti subito a gruppi di tre o quattro.
20. I frati, che in quest'ordine erano via via sopraggiunti,
si trovarono riuniti a Trento la vigilia della festa di San
Michele e dal signor vescovo di Trento (41) furono benevolmente
ospitati per i sei giorni in cui successivamente giunsero. Il
giorno di San Michele frate Cesario predicò al clero
e frate Barnaba al popolo. In seguito alla loro predicazione
un cittadino di Trento chiamato Pellegrino, ricco ed esperto
della lingua tedesca e lombarda, donò ai frati tuniche
nuove per sopra e per sotto: poi, venduti tutti i suoi beni
e distribuitene il ricavato ai poveri, fu accolto nell'Ordine.
21. Frate Cesario, convocati a Trento i suoi frati, dapprima
rammentò il dovere di conservare l'umiltà e la
pazienza, poi, lasciati quivi alcuni frati per l'edificazione
del popolo, a gruppi di due o di tre, perché uno provvedesse
alle cose temporali e l'altro alle spirituali, mandò
gli altri a precederlo a Bolzano. Anche qui il signor vescovo
di Trento provvide al mantenimento dei frati, che successivamente
giunsero, e concesse loro la facoltà di predicare nella
sua diocesi. Giunti poi da Bolzano a Bressanone, furono ricevuti
benevolmente dal vescovo del luogo. Da Bressanone, penetrando
in regioni di montagna, giunsero a Vipiteno dopo l'ora del pranzo.
Ma poiché gli abitanti non offrivano pane ed essi non
sapevano mendicare, i frati, sperando di arrivare la sera in
un luogo in cui la carità degli abitanti li avrebbe rifocillati,
pervennero a Mittenwald (42), Ma qui, trovatisi in grande scarsità
di cibo, calmarono poveramente il morso della fame con due tozzi
di pane e sette rape, e quello della sete con la gioia del cuore:
ma piuttosto che calmarle stuzzicavano e sete e fame. Consultatisi
su come riempirsi lo stomaco per poter godere del riposo della
notte dopo sette miglia faticose, decisero di bere l'acqua del
fiume che scorreva limpido, perché lo stomaco vuoto non
brontolasse. Fattosi giorno si alzarono affamati e digiuni e
ripresero il cammino. Avanzati mezzo miglio, la vista cominciò
a mancare, le gambe a infiacchirsi, le ginocchia a piegarsi
e tutto il corpo a perder forza per il digiuno. Presi dai crampi
della fame strappavano frutti da arbusti e da diverse specie
di alberi e di erbe che trovavano per via; ma poiché
era di venerdì erano restii a rompere il digiuno. Tuttavia
il fatto stesso di recar con sé i frutti di diversi alberi
e arbusti dava l'impressione di essere alquanto rifocillati
perché, in caso di estrema necessità, avevano
di che mangiare. E così, ora fermandosi, ora procedendo
lentamente, giunsero con difficoltà a Matrei. Ed ecco
che Dio, "a cui il povero è affidato" (43),
sollecito dei suoi poveri provvide che, entrando nella città,
trovassero due uomini ospitali, i quali comprarono per loro
due denari di pane. Ma cos'era ciò per tante persone!
E poiché era la stagione delle rape, mendicando rape,
con le rape supplirono alla mancanza di pane.
22. Dopo aver dunque desinato in questo modo, più pieni
che nutriti, si rimisero in cammino ed attraverso villaggi,
castelli e monasteri pervennero ad Augsburg. Qui il Signor vescovo
del luogo (44) e il suo ausiliare, suo nipote e canonico della
cattedrale, li accolsero con molta benevolenza. Infatti il vescovo
di Augsburg in persona fu preso da tanto affetto per i frati
che li accolse ad uno ad uno con un bacio e con un bacio li
congedò. Anche l'ausiliare li accolse con tanto affetto
che si allontanò dalla curia per sistemare in essa i
frati. Inoltre anche il clero e il popolo li accolsero con benevolenza
e li salutarono con reverenza.
23. Nell'anno del signore 1221, intorno alla festa di San Gallo
(45), frate Cesario, primo ministro della Germania, convocò
ad Augsburg i suoi frati, in numero di trentuno, e dopo il primo
Capitolo dal loro ingresso in Germania li mandò alle
diverse provincie della regione. Mandò innanzi a precederli
frate Giovanni da Pian del Carpine e frate Barnaba, perché
predicassero a Würzsburg. Essi poi passarono a Magonza,
a Worms, a Spira, a Strasburgo e a Colonia: si mostravano al
popolo, predicavano la penitenza e preparavano l'alloggio ai
frati che dovevano seguirli.
24. In questo stesso Capitolo frate Cesario mandò frate
Giordano da Giano con due compagni, Abramo e Costantino, a Salisburgo,
dove il vescovo del luogo (46) li accolse benevolmente. Mandò
a Ratisbona altri tre frati con frate Giuseppe. Frate Cesario
poi, seguendo i passi di quelli che lo precedevano, li confermava
nel bene con la parola e con l'esempio.
25. Nel medesimo anno frate Cesario, giunto a Würzsburg,
accolse nell'Ordine un giovane abile e colto di nome Hartmuth
che i frati italiani, non riuscendo a pronunciarne il nome,
chiamavano Andrea perché era entrato nell'Ordine il giorno
di Sant'Andrea (47).
Egli in breve divenne sacerdote e predicatore e in seguito
fu fatto custode della Sassonia. Accolse parimenti anche un
laico di nome Rodigero, il quale dopo, ad Halberstadt, divenne
guardiano. Fu maestro di disciplina spirituale di santa Elisabetta
(48), e le insegnò a conservare la castità, l'umiltà
e la pazienza, a vegliare in preghiera e a dedicarsi assiduamente
alle opere di misericordia. Similmente frate Cesario accolse
nell'Ordine un altro laico di nome Rodolfo.
26. Nell'anno del Signore 1222 frate Cesario aveva già
accolto nell'Ordine così numerosi frati, sia chierici
sia laici, che, convocati i frati dalle città vicine,
celebrò a Worms il primo Capitolo provinciale. E poiché
il luogo in cui i frati erano stati accolti era ristretto e
poco adatto, a causa della loro moltitudine, a celebrarvi la
messa e a predicare, sentito il parere del vescovo (49), e dei
canonici, per la celebrazione e la predicazione si recarono
nella cattedrale, e i canonici, restringendosi in un solo coro,
l'altro lasciarono ai frati. Celebrò la messa un frate
dell'Ordine e cantando a gara coro con coro compirono l'ufficio
divino con grande solennità (50).
27. Da questo Capitolo frate Cesario mandò due uomini
con una lettera per i frati di Salisburgo (51), i quali non
erano venuti al capitolo, perché, se lo volessero, si
recassero da lui. Ma essi, che si erano votati interamente all'esercizio
dell'obbedienza, tanto da non voler compiere nulla di propria
volontà, turbati non poco a proposito della condizione
posta nella lettera, quella cioè "se volessero"
venire, si dissero: "andiamo a domandargli perché
abbia scritto così a noi che non vogliamo se non ciò
che egli vuole". Postisi in cammino, arrivati in un paese
con l'intenzione di mangiare, mendicando a due a due si sentivano
rispondere in tedesco "God berad" (52) che in latino
significa: "Dio vi aiuti", o meglio: "Dio provveda
a voi". Uno di loro, vedendo che con questa espressione
non veniva offerto loro nulla, pensò e disse: "Questo
"god berad" oggi ci farà morire". E precedendo
il frate che mendicava in tedesco, incominciò a mendicare
in latino. Ma i tedeschi rispondevano: "Noi il latino non
lo capiamo. Parlaci in tedesco!". E il frate rispose, pronunciando
male: "Nicht diudisch", che in latino significa "niente
tedesco, ma so un po' di savoiardo". Ma aggiunse in tedesco:
"Brot durch god". E quelli: "E' straordinario
che tu parlando in tedesco dica di non sapere il tedesco".
E aggiunsero: "God berat". Il frate, esultando in
cuor suo, sorridendo e fingendo di non capire quel che dicevano,
si pose su una panca a sedere. Allora l'uomo e la donna, guardandosi
a vicenda e sorridendo della sua dabbenaggine, gli diedero pane,
uova e latte. Accortosi dunque che con tale utile simulazione
poteva soccorrere alle necessità sue e dei suoi frati,
passando con questo sistema in dodici case mendicò tanto
da bastare ai sette frati (53). Rimessisi per la stessa strada,
giunsero in un paese il giorno di Pentecoste prima della messa.
Qui ascoltarono messa e uno di loro si comunicò. La popolazione
del luogo per la semplicità e l'umiltà dei frati
fu così presa da compunzione che s'inginocchiavano davanti
a loro e ne veneravano perfino le impronte dei piedi. Da lì,
passando attraverso Würzsburg, Magonza e Worms, giunsero
a Spira. Qui trovarono radunati frate Cesario e molti frati
e secondo l'usanza furono accolti con molta benevolenza e festeggiati
con molto affetto per il loro arrivo. Frate Cesario, rimproverato
dai frati per aver scritto in quel modo, diede loro soddisfazione
scusandosi e spiegando la sua intenzione.
28. Nel medesimo anno, il secondo dall'arrivo dei frati in
Germania, frate Cesario, ministro provinciale della Germania,
dopo aver stabilito i frati a Colonia e nelle città sopraddette,
si trovò in tale mancanza di sacerdoti che a Spira e
a Worms nelle grandi solennità celebrava per i frati
e ne ascoltava le confessioni un solo sacerdote novizio. In
quell'anno stesso ne fece promuovere al sacerdozio tre, e precisamente:
frate Palmerio, del quale s'è detto sopra, l'ungherese
Abramo e il tedesco Andrea, che prima si chiamava Hartmuth.
29. Nell'anno del Signore 1223, il 29 novembre, la Regola dei
Frati minori fu confermata dal signor papa Onorio III.
30. Nello stesso anno, il 18 marzo, frate Cesario fece promuovere
sacerdote una quarta persona dell'Ordine, e cioè frate
Giordano da Giano, della valle di Spoleto, il quale, per quasi
tutta l'estate fu il solo sacerdote che celebrò alternamente
a Worms, a Magonza e a Spira. In quello stesso anno frate Cesario
istituì come custode a Magonza, Worms, Colonia e Spira
frate Tommaso da Celano.
31. Frate Cesario, uomo tutto dedito alla meditazione del Vangelo
e grandissimo zelatore della povertà, era così
gradito ai frati che essi lo veneravano quasi come il più
santo dopo il beato Francesco. Ma proprio in quel medesimo anno,
stanco e preso dal desiderio di rivedere il beato Francesco
e i frati della valle di Spoleto, poiché ormai l'Ordine
in Germania era ben impiantato, nominò come suo vicario
frate Tommaso da Celano, allora unico custode, e presi con sé
frate Simone che ora a Spoleto gode fama di santità (54)
e alcuni altri frati virtuosi e pii, giunse dal beato Francesco
e da frate Elia, benevolmente accolto da lui e dagli altri frati.
E durante il Capitolo, che in quello stesso anno si celebrò
a Santa Maria della Porziuncola, frate Cesario fu sollevato
dall'incarico di ministro tenuto per due anni e in esso gli
fu sostituito frate Alberto da Pisa (55).
32. Insieme a frate Alberto da Pisa poi furono inviati dall'Italia
frati virtuosi e istruiti, e precisamente frate Marzio da Milano,
frate Giacomo da Treviso, un frate inglese esperto di diritto
e molti altri.
Pertanto frate Alberto da Pisa, secondo ministro provinciale
della Germania, giunto in questa terra, convocati i frati più
anziani, e cioè Giovanni da Pian del Carpine, frate Tommaso,
vicario e unico custode, e alcuni altri, nel giorno della Natività
della Vergine celebrò un Capitolo a Spira, presso il
lebbrosario fuori le mura. Qui allora era guardiano frate Giordano,
il quale in quel Capitolo cantò la messa solenne.
33. In quel Capitolo essi, provvedendo con sollecitudine alla
conservazione e alla propagazione dell'Ordine, nominarono frate
Marzio custode della Franconia, frate Angelo da Worms custode
della Baviera e della Svevia, frate Giacomo custode dell'Alsazia
e frate Giovanni da Pian del Carpine custode della Sassonia.
34. Insieme a frate Giovanni da Pian del Carpine entrarono
in Sassonia gli inglesi frate Giovanni e frate Guglielmo, il
chierico lombardo frate Egidio, il sacerdote frate Palmerio,
il sacerdote frate Rinaldo da Spoleto, i frati laici Ruggero,
tedesco, Rokker e Benedetto, frate Titmaro e frate Emanuele
da Verona, sarto.
35. Tutti questi, al loro arrivo a Hildesheim, dapprima furono
ricevuti e ben ristorati dal canonico Enrico di Tossem, poi,
presentatisi al signor vescovo Corrado (56), grande predicatore
e teologo, furono accolti con solennità. Il vescovo,
convocato il clero della sua città, fece predicare alla
moltitudine dei chierici da frate Giovanni da Pian del Carpine,
primo guardiano di Sassonia.
Finita la predica il signor vescovo, raccomandando al clero
e al popolo frate Giovanni e gli altri del suo Ordine, concedette
loro la facoltà di predicare e di ascoltare le confessioni
in tutta la sua diocesi. E molti, invero, per la predicazione
e l'esempio dei frati, presi da compunzione, entrarono nell'Ordine.
Di questi uno fu Bernardo, figlio del conte di Poppenburg e
canonico della cattedrale, poi Alberto, maestro di scuola e
uomo di lettere, un certo Ludolf e un cavaliere. Poi, in seguito
all'uscita dall'Ordine di alcuni frati, nacque una certa confusione
e il favore del popolo nei confronti dei frati si intiepidì
a tal punto che gli offrivano l'elemosina con stizza e, se
mendicavano, li ricevevano quasi volgendo altrove il viso. Ma
ben presto, con l'aiuto della provvidenza divina, il favore
perduto rifiorì e il popolo tornò ad amare i frati
come prima.
36. Nell'anno del Signore 1223 frate Giovanni da Pian del Carpine,
volendo estendere l'ordine, mandò molti frati scelti
a Hildesheim, a Brunswick, a Goslar, a Magdeburgo e ad Halberstadt.
37. Nell'anno del Signore 1224, nel giorno dell'Assunzione
della Beata Vergine, convocati i custodi, i guardiani e i predicatori,
si tenne un Capitolo provinciale a Würzsburg. Frate Giovanni
da Pian del Carpine, custode della Sassonia, sciolto da questo
incarico, fu trasferito a Colonia, mentre venne istituito secondo
custode della Sassonia frate Giacomo, già custode dell'Alsazia
e uomo amabile, mansueto, modesto e pio. Con lui furono mandati
frati anziani dell'Ordine, sia chierici sia laici, ed essi con
la loro umiltà e con l'esempio della loro vita in breve
tempo si conquistarono molto favore presso il clero e presso
il popolo.
38. In quel medesimo anno frate Alberto da Pisa, ministro della
Germania, colpito dallo sviluppo raggiunto dall'Ordine in Sassonia,
dovendo passare dalla Turingia, recandosi dalla Sassonia al
Reno, mandò in Turingia frate Giordano, guardiano di
Magonza, e sette frati perché reperissero case da alloggiarvi
convenientemente i frati.
39. Frate Giordano con i suoi frati intraprese il cammino per
giungere da Magonza alla Turingia il 27 ottobre e pervenne a
Erfurt nel giorno di San Martino. Ma poiché era inverno
e non era stagione da costruire case, su consiglio degli abitanti
della città e di alcuni del clero, i frati furono alloggiati
nella curia del sacerdote dei lebbrosi fuori le mura, in attesa
che gli abitanti della città provvedessero meglio alla
loro sistemazione.
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