Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

Le Fonti francescane biografiche
Lettera di Frate Elia
Tommaso da Celano: Vita Prima di San Francesco d'Assisi
Lettera di Greccio
Tommaso da Celano: Vita Seconda di San Francesco d'Assisi
Tommaso da Celano: Trattato dei Miracoli di San Francesco d’Assisi
San Bonaventura da Bagnoregio: Leggenda Maggiore (Vita di San Francesco d’Assisi)
San Bonaventura da Bagnoregio: Leggenda Minore (Vita breve di San Francesco d’Assisi)
Leggenda dei tre compagni
Anonimo perugino
Leggenda perugina
Specchio di perfezione
I Fioretti
Considerazioni sulle Stimmate
Sacrum commercium (L’Alleanza del beato Francesco con madonna Povertà)
Iacopone da Todi: Laudi
Dante Alighieri: Canto XI del Paradiso
Ubertino da Casale: L’Albero della Vita crocifissa di Gesù
Angelo Clareno (o da Chiarino): cronaca o storia delle Sette Tribolazioni dell’Ordine dei Minori
Giordano da Giano: La Cronaca
Giordano da Giano LA CRONACA

Giordano da Giano
LA CRONACA

Paragrafi 1-39

1. Nell'anno del Signore 1207 (5), Francesco, di professione mercante, preso in cuore da compunzione e ispirato dallo Spirito Santo, iniziò una vita di penitenza in abito da eremita. Ma poiché il modo della sua conversione è sufficientemente spiegato nella "Vita" (6) qui lo tralasciamo.

2. Nell'anno del Signore 1209, terzo della sua conversione, Francesco, udito nel Vangelo ciò che Cristo disse ai discepoli mandati a predicare (7), abbandonò immediatamente il bastone, la bisaccia e i calzari, mutò abito, assunse quello che i frati portano ora, e si fece imitatore della povertà evangelica e sollecito predicatore del Vangelo.

3. Nell'anno del Signore 1219 (8), decimo della sua conversione, frate Francesco nel Capitolo che si tenne presso Santa Maria della Porziuncola, mandò frati in Francia, in Germania, in Ungheria, in Spagna e in quelle altre provincie d'Italia in cui i frati non erano ancora pervenuti.

4. I frati che giunsero in Francia (9), interrogati se fossero Albigesi, risposero di sì, non comprendendo che cosa fossero gli Albigesi e non sapendo che erano eretici, così furono quasi considerati tali. Ma il vescovo (10) e i teologi di Parigi infine, letta attentamente la loro Regola e trovatala evangelica e cattolica, consultarono sulla questione il signor papa Onorio (11). Ed egli con una sua lettera (12) dichiarò la loro Regola autentica, poiché approvata dalla Sede apostolica, e figli speciali della Chiesa Romana e veramente cattolici i frati stessi, che da lui in questo modo furono liberati dal sospetto d'eresia.

5. In Germania poi furono mandati i frati... e frate Giovanni da Penna con circa 60 frati o forse più. Questi penetrarono nelle contrade della Germania senza conoscerne la lingua e richiesti se volessero alloggio, cibo o altre cose del genere risposero "ia", e pertanto furono accolti benevolmente da certuni. Vedendo che con la parola "ia" erano ben trattati, decisero di rispondere "ia" a qualsiasi domanda. Per questo accadde che, alla domanda se fossero eretici e se giungessero con l'intenzione di infettare la Germania così come avevano pervertito la Lombardia, risposero ancora "ia". Allora alcuni di loro furono percossi, altri incarcerati, altri spogliati e, condotti nudi in giro, furono fatti spettacolo di ludibrio per la folla. Vedendo dunque i frati che in Germania non potevano dar buon frutto, se ne tornarono in Italia. Per questo fatto la Germania fu considerata dai frati tanto crudele, che non osavano ritornarvi se non ispirati dal desiderio di martirio.

6. I frati mandati in Ungheria, vi furono portati per mare, per l'interessamento di un vescovo ungherese. Avanzando essi separatamente nelle campagne, i pastori li assalirono con i cani, e senza far parola, li percossero ostinatamente con l'estremità non appuntita delle loro picche. Domandandosi i frati tra loro il motivo di tale massacro, uno disse: "Forse vorranno avere le nostre tuniche". Le diedero, ma neppure così le botte cessarono. Aggiunse: "Forse vorranno anche le vesti di sotto". Le diedero, ma neppure così quelli smisero di bastonarli. Disse ancora: "Forse vorranno anche le nostre brache". Le diedero, e quelli smisero di picchiarli e li lasciarono andar via tutti nudi.
E a me uno di questi frati raccontò che in questo modo aveva perso lui stesso le brache ben quindici volte. Ma poiché, vinto dal pudore e dalla vergogna, si doleva più per le brache che per gli altri indumenti, macchiò le sue con sterco di bue e altro sudiciume e allora i pastori, provando nausea al vederle, gli permisero di tenersele. Afflitti da questa e da molte altre offese, fecero ritorno in Italia.

7. Dei frati passati in Spagna cinque furono coronati dal martirio (13). Se questi cinque vi furono mandati da questo medesimo Capitolo o dal precedente, come frate Elia e i suoi compagni in terra d'oltremare, non potrei dirlo con sicurezza.

8. II martirio, la vita e la Leggenda scritta dei suddetti frati furono riferite al beato Francesco; ed egli, sentendo che in essa eran fatte le sue lodi e accorgendosi che i frati dal martirio di quelli traevano motivo di gloria, essendo egli grandissimo spregiatore di sé e disdegnoso di lode e di gloria, respinse la Leggenda. Ne proibì la lettura dicendo:
"Ciascuno si glorii del suo proprio martirio e non dell'altrui". E così tutta quella prima missione, forse perché non era ancora arrivato il suo momento, poiché "il tempo per ogni cosa è scritto in cielo" (14), non riuscì a nulla.

9. Frate Elia (15) invece fu nominato dal beato Francesco ministro provinciale per le terre d'oltremare. Per la sua predicazione un chierico di nome Cesario si convertì e fu ammesso nell'Ordine. Questo Cesario (16), tedesco di Spira e suddiacono, era stato discepolo di teologia del maestro Corrado da Spira, predicatore della croce e più tardi vescovo di Hildesheim (17). Quand'ancora era secolare Cesario fu grande predicatore e imitatore della perfezione evangelica. Poiché alla sua predicazione certe matrone della sua città si recavano in abito umile, e senza alcun ornamento, avvenne che i loro mariti, pieni di indignazione, volessero mandare lui al rogo come eretico. Ma strappato alle fiamme per opera del teologo Corrado, ritornò a Parigi (18). Più tardi, fatto il passaggio solenne, andò in oltremare e, udita la predicazione di frate Elia, come s'è detto, si convertì al nostro Ordine e riuscì uomo di grande dottrina ed esempio.

10. Date queste disposizioni, il beato padre, rendendosi conto di aver mandato i suoi figli al martirio e al sacrificio, non volle dar l'impressione di cercare per sé la tranquillità mentre gli altri si travagliavano per Cristo. Essendo desideroso di gloria e non volendo che alcuno lo superasse sulla via di Cristo, preferiva piuttosto precedere tutti. E come i suoi figli erano stati mandati verso pericoli incerti e tra popoli cristiani, così egli, fervido d'amore per la passione di Cristo, affrontò i pericoli certi del mare per recarsi presso il Sultano (19) alla volta degli infedeli, nell'anno stesso in cui mandò gli altri, e cioè nel XIII della sua conversione. Ma prima di giungere da quello subì molte ingiurie e offese e ignorando la lingua, gridava tra i colpi "Soldan! Soldan!". Così, condotto fino a lui, fu da lui onorevolmente ricevuto e umanamente curato nella malattia. Disponendosi a ritornare, poiché là non poteva dar frutti, il sultano lo fece accompagnare da una scorta fino all'esercito cristiano, il quale allora assediava Damietta.

11. Quando il beato Francesco passò il mare col beato Pietro Cattani (20), esperto di diritto e giureconsulto, lasciò in Italia due vicari, frate Matteo da Narni e frate Gregorio da Napoli. Matteo si stabilì presso Santa Maria della Porziuncola con l'incarico di risiedervi e ricevere quanti dovevano essere accolti nell'Ordine, mentre Gregorio ebbe l'incarico di andar in giro per l'Italia a portar conforto ai frati. Ora, poiché secondo la Regola primitiva (21) i frati digiunavano il mercoledì e il venerdì e col permesso di San Francesco anche il lunedì e il sabato, mentre negli altri giorni mangiavano carne, questi due vicari con alcuni frati più anziani tennero un Capitolo di tutta l'Italia, nel quale stabilirono che i frati anche nei giorni di grasso non usassero carni acquistate ma mangiassero soltanto di quelle spontaneamente offerte dai fedeli. Oltre a ciò stabilirono il digiuno obbligatorio per il lunedì e gli altri due giorni aggiungendo che al lunedì e al sabato non dovessero procurarsi i latticini ma che se ne astenessero, a meno che non fossero spontaneamente offerti dai fedeli devoti.

12. In seguito a queste Costituzioni un frate laico, indignato per il fatto che i vicari avessero avuto la presunzione di aggiungere alcunché alla Regola del santo padre, prese con sé le Costituzioni, passò il mare senza la loro autorizzazione e, giunto dal beato Francesco, per prima cosa confessò a lui la sua colpa chiedendo perdono per essersi presentato senza permesso, ma spintovi dalla necessità, dal momento che i vicari da lui lasciati avevano avuto la presunzione di aggiungere nuove norme alla sua Regola. Aggiunse inoltre che l'Ordine in tutta Italia era turbato a causa delle novità introdotte sia dai vicari sia da altri frati. Lette tutte le Costituzioni proprio mentre il beato Francesco era a tavola e aveva dinanzi a sé della carne pronta da mangiare, il Santo disse a frate Pietro (22): "Signor Pietro, che faremo?". Ed egli rispose: "Ah, come piace a voi, signor Francesco, perché voi avete l'autorità". Poiché frate Pietro era dotto e nobile il beato Francesco per cortesia lo onorava chiamandolo Signore, e quegli da parte sua, umiliandosi dinanzi al suo padre spirituale, gli tributava la medesima deferenza. E questo rispetto reciproco rimase tra loro sia in oltremare sia in Italia. E infine così concluse il beato Francesco: "Mangiamo dunque, come dice il Vangelo, i cibi che ci sono apparecchiati" (23).

13. Proprio in quel tempo viveva in oltremare una profetessa che aveva fatto molte predizioni avveratesi e che perciò era anche chiamata in quella lingua la Veridica. Essa aveva detto ai frati che erano con San Francesco: "Ritornate, ritornate, perché per l'assenza di frate Francesco l'Ordine è turbato, si divide e si disperde". E ciò era vero. Infatti frate Filippo (24), che era lo zelatore delle Povere Dame (25), agendo contro la volontà del beato Francesco, il quale preferì superare tutti i contrasti con l'umiltà più che con l'autorità della legge, aveva ottenuto dalla Sede Apostolica una lettera che l'autorizzava a difendere le religiose e a scomunicare i loro detrattori.
Similmente anche frate Giovanni da Campello (26), raccolto un gran numero di lebbrosi, di uomini e di donne, uscì dall'Ordine volendone fondare uno nuovo. Scrisse una Regola e si presentò alla Sede Apostolica con i suoi seguaci per farla approvare. Oltre a queste cose, durante l'assenza del beato Francesco sorsero altri principi di turbamento, così come la Veridica aveva predetto.

14. II beato Francesco, presi con sé frate Elia, Pietro Cattani, Cesario da Spira quello che frate Elia aveva ammesso nell'Ordine quando era ministro della Siria, come già s'è detto e qualche altro frate, fece ritorno in Italia (27). E qui, comprese appieno le cause dei disordini, non si recò dagli agitatori ma si rivolse direttamente al signor papa Onorio (28).
Presso la porta del signor Papa postosi dunque a giacere, l'umile padre non osava far risuonare bussando la stanza di un così gran principe, ma aspettava con pazienza ch'egli ne uscisse spontaneamente. E quando fu uscito, il beato Francesco gli fece un atto di reverenza e disse: "Padre papa, Dio ti doni la pace!". E quegli: "Dio ti benedica, figlio!". E il beato Francesco: "Signore, dal momento che tu sei grande e occupato spesso in grandi affari, i poveri non possono spesso aver accesso fino a tè tante volte quante ne avrebbero bisogno. Tu mi hai assegnato molti papi (29). Dammene uno col quale possa parlare quando ne ho necessità, e che in vece tua ascolti e risolva i problemi miei e del mio Ordine". E a lui il papa: "Chi vuoi che ti dia, o figlio?". Ed egli: "II signor vescovo di Ostia". E gli fu concesso. Avendo dunque il beato Francesco riferito al signor vescovo di Ostia, suo papa (30, le cause dei disordini, egli immediatamente revocò la lettera di frate Filippo mentre frate Giovanni e i suoi seguaci furono espulsi ignominiosamente dalla Curia.

15. E così, col favore di Dio, i perturbatori si calmarono immediatamente e il beato Francesco riformò l'Ordine secondo la sua Regola (31). E vedendo che frate Cesario era dotto in Sacra Scrittura, affidò a lui il compito di ornare con parole del Vangelo la Regola da lui redatta con parole semplici. Ed egli lo fece. E poiché i frati in gran numero erano stati turbati dalle diverse voci corse sul beato Francesco, dicendo alcuni che fosse morto, altri ucciso e altri naufragato, quando compresero ch'egli era vivo e già ritornato, per la gioia ebbero l'impressione che una nuova luce sorgesse per loro. Il beato Francesco indisse immediatamente un Capitolo generale presso Santa Maria della Porziuncola.

16. Pertanto nell'anno del Signore 1221, il 23 maggio, indizione XIV, nel santo giorno della Pentecoste (32), il beato Francesco celebrò un Capitolo generale a Santa Maria della Porziuncola.
Al Capitolo, secondo una consuetudine dell'Ordine allora in vigore, convennero tanto i frati professi quanto i novizi e di tremila fu stimato il numero dei convenuti. Al Capitolo partecipò il signor Ranieri, cardinale diacono, con molti altri vescovi e religiosi (33).
Con il suo mandato un vescovo celebrò la messa; si ritiene che il beato Francesco abbia letto il Vangelo (34) e un altro frate l'Epistola.
I frati, non avendo edifici sufficienti per tanti uomini, alloggiavano entro un campo vasto e recintato sotto ripari di foglie, e mangiavano e dormivano distinti ordinatamente e spaziosamente in gruppi di ventitré mense.
A questo Capitolo prestava premurosamente servizio la popolazione del luogo, la quale forniva in abbondanza il pane e il vino, lieta del raduno di tanti frati e del ritorno del beato Francesco. In questo Capitolo il beato Francesco predicò ai frati scegliendo il tema: "Benedetto il Signore, Dio mio, che istruisce le mie mani alla lotta" (35), insegnando loro le virtù ed esortandoli alla pazienza e ad essere d'esempio al mondo. In egual maniera parlava al popolo e il popolo e il clero ne erano edificati. Ma chi potrebbe dire quanta carità, pazienza, obbedienza e fraterna letizia ci furono allora tra i frati? Un Capitolo come questo infatti, sia per il numero dei frati sia per la solennità delle cerimonie, nell'Ordine non lo vidi più. E nonostante la moltitudine dei frati fosse tanta, la popolazione provvedeva tuttavia ad ogni cosa così di buon animo che dopo sette giorni di Capitolo i frati furono costretti a chiudere la porta e a non accettare più nulla, e a trattenersi altri due giorni ancora per consumare i cibi già offerti in dono e accettati.

17. Alla fine di questo Capitolo o, meglio, quand'esso ormai volgeva al termine, il beato Francesco si ricordò che la fondazione dell'Ordine non aveva ancora raggiunto la Germania.
Essendo egli in quel tempo debole di salute (36), tutto ciò che doveva esser comunicato al Capitolo da parte sua veniva detto da frate Elia. Il beato Francesco, restando seduto ai suoi piedi, tirò per la tunica frate Elia, il quale, inchinatesi verso di lui e sentito quel che voleva, si rialzò e disse: "Fratelli, il Fratello intendendo così il beato Francesco, che da loro era chiamato il fratello per eccellenza dice che c'è un paese, la Germania, in cui vivono uomini cristiani e devoti. Come ben sapete, questi, animati dalla speranza, con i lunghi bastoni e i grandi ceri passano nella nostra terra cantando le lodi di Dio e dei suoi Santi pieni di sudore sotto i raggi ardenti del sole e visitano i sepolcri dei Santi. Ma poiché i frati mandati talvolta da loro ne tornarono maltrattati, il Fratello non costringe nessuno ad andarvi. Tuttavia se alcuni, ispirati dallo zelo per Dio e per le anime, volessero partire, ad essi egli intende dare la stessa obbedienza (37) e anzi una anche più ampia di quella che darebbe a quanti vanno oltremare. E se qualcuno c'è che intende andare, si alzi e si ponga in un gruppo a parte". Infiammati dal desiderio di martirio, si alzarono circa novanta frati pronti ad offrirsi alla morte e, postisi in disparte secondo l'invito, aspettavano di sapere chi, quanti, come e quando dovessero partire.

18. Al Capitolo c'era allora un certo frate il quale, nelle sue preghiere, soleva supplicare il Signore affinché la sua fede non venisse né corrotta dagli eretici della Lombardia né messa in pericolo dalla crudeltà dei Tedeschi. Ed egli chiedeva al Signore che, nella sua misericordia, si degnasse di liberarlo da queste due prove. Costui, vedendo alzarsi molti frati pronti ad andare in Germania, pensò che sarebbero stati immediatamente martirizzati dai Tedeschi. Dolendosi di non aver conosciuto per nome quelli inviati in Spagna e già martirizzati, volle evitare che gli accadesse con questi quanto già gli era accaduto con quelli. Alzatesi dal mezzo della moltitudine, andò presso di loro e passando dall'uno all'altro domandava: "Chi sei e di dove sei", perché riteneva gloria grande, nel caso fossero stati martirizzati, il poter dire: ho conosciuto questo, ho conosciuto quello". Tra loro c'era un frate diacono di nome Palmerio, che poi fu guardiano del convento di Magdeburgo: un tipo allegro e spiritoso, oriundo del Gargano nelle Puglie. Giunto da lui il frate curioso e avendogli domandato chi fosse e come si chiamasse, rispose: "mi chiamo Palmerio", e subito, afferrandolo per la mano, aggiunse: "anche tu sei dei nostri e partirai con noi". Voleva infatti condurlo con sé in mezzo ai Tedeschi mentre l'altro aveva già pregato Dio più volte di mandarlo dove volesse tranne che là. Quegli, inorridendo al nome dei Tedeschi, replicò "non sono dei vostri e tra voi sono venuto per conoscervi e non per partire con voi". Frate Palmerio, prevalendo col suo buon umore, lo trattenne e, nonostante gli si opponesse con le parole e coi gesti lo trasse a terra e lo costrinse a sedersi con lui in mezzo agli altri. Nel frattempo, mentre ciò accadeva e il frate curioso era ancora trattenuto con gli altri, egli fu assegnato a un'altra provincia con la formula: "II frate tale vada nella provincia tale". Mentre i novanta frati erano in attesa della decisione, fu designato ministro provinciale della Germania il tedesco Cesario, nato a Spira come ho già detto con la facoltà di scegliersi chi volesse di quei novanta. E avendo trovato tra gli altri il frate curioso, da loro gli fu suggerito di portarlo con sé. Ma quello, che andava malvolentieri tra i Tedeschi, continuava a ripetere: "Non sono dei vostri e non mi sono alzato con l'intenzione di partire con loro". Così fu condotto da frate Elia. I frati della provincia cui era stato destinato, sentendo ciò, poiché egli era debole di salute e troppo freddo il paese in cui doveva andare, si davano da fare per trattenerlo. Frate Cesario tuttavia mostrava in tutti i modi di volerlo condurre con sé.
Troncò la lite frate Elia dicendo così: "Ti ordino, o fratello, per la santa obbedienza, che tu decida una buona volta se vuoi andare o rinunciare". Ma egli, legato all'obbedienza, non sapendo che fare, era imbarazzato a scegliere secondo il suo sentimento per non dar l'impressione, con una scelta, di agire secondo la propria volontà. A causa della crudeltà dei Tedeschi aveva paura a partire, per non mettere in pericolo la sua anima nel caso avesse perso la pazienza tra i martirii.
Così, perplesso fra le due decisioni e non trovando da solo una soluzione, si avvicinò a un frate già provato da molte tribolazioni, quello che in Ungheria come è stato detto aveva perso quindici volte le brache, e gli chiese consiglio con queste parole: "Fratello carissimo, ho ricevuto questo ordine ma ho paura a scegliere e non so che fare". E l'altro: "Va' da frate Elia e digli: "Fratello, non voglio né andare né restare, ma ciò che mi ordinerai io farò. E così ti libererai da tale perplessità"". E così fece. Sentito ciò, frate Elia gli comandò, in virtù della santa obbedienza, di affrettarsi ad andare in Germania con frate Cesario.
Era, quell'uomo, frate Giordano da Giano, quello che ora vi scrive questa cronaca, il quale proprio per tali circostanze giunse in Germania, scampò alla furia dei Tedeschi, di cui aveva orrore, e insieme a frate Cesario e ad altri trapiantò in Germania per la prima volta l'Ordine dei Frati Minori (38).

19. Il primo ministro provinciale della Germania fu frate Cesario, il quale, preoccupato di adempiere efficacemente l'obbedienza a lui imposta, prese con sé i frati Giovanni da Pian del Carpine (39), predicatore in latino e in lombardo, il
tedesco Barnaba, ottimo predicatore in lombardo e in tedesco, Tommaso da Celano (40) che poi scrisse la prima e la seconda Leggenda di san Francesco, Giuseppe da Treviso, l'ungherese Abramo, il toscano Simone, figlio della contessa di Collazzone, il chierico tedesco Corrado, il sacerdote Pietro da Camerino, i sacerdoti Giacomo e Gualtiero, il diacono Palmerio, il diacono Giordano da Giano e alcuni frati laici, e precisamente il tedesco Benedetto da Soest, lo svevo Enrico, oltre a molti altri il cui nome mi sfugge. Ma furono in tutto dodici chierici e quindici laici. Frate Cesario pertanto, dopo che li ebbe scelti, dato il suo carattere affettuoso, abbandonò malvolentieri il beato Francesco e gli altri santi frati e con l'autorizzazione del beato Francesco distribuì i compagni assegnatigli nelle sedi della Lombardia, perché lì attendessero sue istruzioni. Egli stesso si ritirò per tre mesi nella valle di Spoleto. Quando si dispose a intraprendere il viaggio verso la Germania, convocò frate Giovanni da Pian del Carpine, frate Barnaba e alcuni altri e li mandò avanti a preparare il posto a Trento per lui e per gli altri frati, i quali li avrebbero seguiti subito a gruppi di tre o quattro.

20. I frati, che in quest'ordine erano via via sopraggiunti, si trovarono riuniti a Trento la vigilia della festa di San Michele e dal signor vescovo di Trento (41) furono benevolmente ospitati per i sei giorni in cui successivamente giunsero. Il giorno di San Michele frate Cesario predicò al clero e frate Barnaba al popolo. In seguito alla loro predicazione un cittadino di Trento chiamato Pellegrino, ricco ed esperto della lingua tedesca e lombarda, donò ai frati tuniche nuove per sopra e per sotto: poi, venduti tutti i suoi beni e distribuitene il ricavato ai poveri, fu accolto nell'Ordine.

21. Frate Cesario, convocati a Trento i suoi frati, dapprima rammentò il dovere di conservare l'umiltà e la pazienza, poi, lasciati quivi alcuni frati per l'edificazione del popolo, a gruppi di due o di tre, perché uno provvedesse alle cose temporali e l'altro alle spirituali, mandò gli altri a precederlo a Bolzano. Anche qui il signor vescovo di Trento provvide al mantenimento dei frati, che successivamente giunsero, e concesse loro la facoltà di predicare nella sua diocesi. Giunti poi da Bolzano a Bressanone, furono ricevuti benevolmente dal vescovo del luogo. Da Bressanone, penetrando in regioni di montagna, giunsero a Vipiteno dopo l'ora del pranzo. Ma poiché gli abitanti non offrivano pane ed essi non sapevano mendicare, i frati, sperando di arrivare la sera in un luogo in cui la carità degli abitanti li avrebbe rifocillati, pervennero a Mittenwald (42), Ma qui, trovatisi in grande scarsità di cibo, calmarono poveramente il morso della fame con due tozzi di pane e sette rape, e quello della sete con la gioia del cuore: ma piuttosto che calmarle stuzzicavano e sete e fame. Consultatisi su come riempirsi lo stomaco per poter godere del riposo della notte dopo sette miglia faticose, decisero di bere l'acqua del fiume che scorreva limpido, perché lo stomaco vuoto non brontolasse. Fattosi giorno si alzarono affamati e digiuni e ripresero il cammino. Avanzati mezzo miglio, la vista cominciò a mancare, le gambe a infiacchirsi, le ginocchia a piegarsi e tutto il corpo a perder forza per il digiuno. Presi dai crampi della fame strappavano frutti da arbusti e da diverse specie di alberi e di erbe che trovavano per via; ma poiché era di venerdì erano restii a rompere il digiuno. Tuttavia il fatto stesso di recar con sé i frutti di diversi alberi e arbusti dava l'impressione di essere alquanto rifocillati perché, in caso di estrema necessità, avevano di che mangiare. E così, ora fermandosi, ora procedendo lentamente, giunsero con difficoltà a Matrei. Ed ecco che Dio, "a cui il povero è affidato" (43), sollecito dei suoi poveri provvide che, entrando nella città, trovassero due uomini ospitali, i quali comprarono per loro due denari di pane. Ma cos'era ciò per tante persone! E poiché era la stagione delle rape, mendicando rape, con le rape supplirono alla mancanza di pane.

22. Dopo aver dunque desinato in questo modo, più pieni che nutriti, si rimisero in cammino ed attraverso villaggi, castelli e monasteri pervennero ad Augsburg. Qui il Signor vescovo del luogo (44) e il suo ausiliare, suo nipote e canonico della cattedrale, li accolsero con molta benevolenza. Infatti il vescovo di Augsburg in persona fu preso da tanto affetto per i frati che li accolse ad uno ad uno con un bacio e con un bacio li congedò. Anche l'ausiliare li accolse con tanto affetto che si allontanò dalla curia per sistemare in essa i frati. Inoltre anche il clero e il popolo li accolsero con benevolenza e li salutarono con reverenza.

23. Nell'anno del signore 1221, intorno alla festa di San Gallo (45), frate Cesario, primo ministro della Germania, convocò ad Augsburg i suoi frati, in numero di trentuno, e dopo il primo Capitolo dal loro ingresso in Germania li mandò alle diverse provincie della regione. Mandò innanzi a precederli frate Giovanni da Pian del Carpine e frate Barnaba, perché predicassero a Würzsburg. Essi poi passarono a Magonza, a Worms, a Spira, a Strasburgo e a Colonia: si mostravano al popolo, predicavano la penitenza e preparavano l'alloggio ai frati che dovevano seguirli.

24. In questo stesso Capitolo frate Cesario mandò frate Giordano da Giano con due compagni, Abramo e Costantino, a Salisburgo, dove il vescovo del luogo (46) li accolse benevolmente. Mandò a Ratisbona altri tre frati con frate Giuseppe. Frate Cesario poi, seguendo i passi di quelli che lo precedevano, li confermava nel bene con la parola e con l'esempio.

25. Nel medesimo anno frate Cesario, giunto a Würzsburg, accolse nell'Ordine un giovane abile e colto di nome Hartmuth che i frati italiani, non riuscendo a pronunciarne il nome, chiamavano Andrea perché era entrato nell'Ordine il giorno di Sant'Andrea (47).
Egli in breve divenne sacerdote e predicatore e in seguito fu fatto custode della Sassonia. Accolse parimenti anche un laico di nome Rodigero, il quale dopo, ad Halberstadt, divenne guardiano. Fu maestro di disciplina spirituale di santa Elisabetta (48), e le insegnò a conservare la castità, l'umiltà e la pazienza, a vegliare in preghiera e a dedicarsi assiduamente alle opere di misericordia. Similmente frate Cesario accolse nell'Ordine un altro laico di nome Rodolfo.

26. Nell'anno del Signore 1222 frate Cesario aveva già accolto nell'Ordine così numerosi frati, sia chierici sia laici, che, convocati i frati dalle città vicine, celebrò a Worms il primo Capitolo provinciale. E poiché il luogo in cui i frati erano stati accolti era ristretto e poco adatto, a causa della loro moltitudine, a celebrarvi la messa e a predicare, sentito il parere del vescovo (49), e dei canonici, per la celebrazione e la predicazione si recarono nella cattedrale, e i canonici, restringendosi in un solo coro, l'altro lasciarono ai frati. Celebrò la messa un frate dell'Ordine e cantando a gara coro con coro compirono l'ufficio divino con grande solennità (50).

27. Da questo Capitolo frate Cesario mandò due uomini con una lettera per i frati di Salisburgo (51), i quali non erano venuti al capitolo, perché, se lo volessero, si recassero da lui. Ma essi, che si erano votati interamente all'esercizio dell'obbedienza, tanto da non voler compiere nulla di propria volontà, turbati non poco a proposito della condizione posta nella lettera, quella cioè "se volessero" venire, si dissero: "andiamo a domandargli perché abbia scritto così a noi che non vogliamo se non ciò che egli vuole". Postisi in cammino, arrivati in un paese con l'intenzione di mangiare, mendicando a due a due si sentivano rispondere in tedesco "God berad" (52) che in latino significa: "Dio vi aiuti", o meglio: "Dio provveda a voi". Uno di loro, vedendo che con questa espressione non veniva offerto loro nulla, pensò e disse: "Questo "god berad" oggi ci farà morire". E precedendo il frate che mendicava in tedesco, incominciò a mendicare in latino. Ma i tedeschi rispondevano: "Noi il latino non lo capiamo. Parlaci in tedesco!". E il frate rispose, pronunciando male: "Nicht diudisch", che in latino significa "niente tedesco, ma so un po' di savoiardo". Ma aggiunse in tedesco: "Brot durch god". E quelli: "E' straordinario che tu parlando in tedesco dica di non sapere il tedesco". E aggiunsero: "God berat". Il frate, esultando in cuor suo, sorridendo e fingendo di non capire quel che dicevano, si pose su una panca a sedere. Allora l'uomo e la donna, guardandosi a vicenda e sorridendo della sua dabbenaggine, gli diedero pane, uova e latte. Accortosi dunque che con tale utile simulazione poteva soccorrere alle necessità sue e dei suoi frati, passando con questo sistema in dodici case mendicò tanto da bastare ai sette frati (53). Rimessisi per la stessa strada, giunsero in un paese il giorno di Pentecoste prima della messa. Qui ascoltarono messa e uno di loro si comunicò. La popolazione del luogo per la semplicità e l'umiltà dei frati fu così presa da compunzione che s'inginocchiavano davanti a loro e ne veneravano perfino le impronte dei piedi. Da lì, passando attraverso Würzsburg, Magonza e Worms, giunsero a Spira. Qui trovarono radunati frate Cesario e molti frati e secondo l'usanza furono accolti con molta benevolenza e festeggiati con molto affetto per il loro arrivo. Frate Cesario, rimproverato dai frati per aver scritto in quel modo, diede loro soddisfazione scusandosi e spiegando la sua intenzione.

28. Nel medesimo anno, il secondo dall'arrivo dei frati in Germania, frate Cesario, ministro provinciale della Germania, dopo aver stabilito i frati a Colonia e nelle città sopraddette, si trovò in tale mancanza di sacerdoti che a Spira e a Worms nelle grandi solennità celebrava per i frati e ne ascoltava le confessioni un solo sacerdote novizio. In quell'anno stesso ne fece promuovere al sacerdozio tre, e precisamente: frate Palmerio, del quale s'è detto sopra, l'ungherese Abramo e il tedesco Andrea, che prima si chiamava Hartmuth.

29. Nell'anno del Signore 1223, il 29 novembre, la Regola dei Frati minori fu confermata dal signor papa Onorio III.

30. Nello stesso anno, il 18 marzo, frate Cesario fece promuovere sacerdote una quarta persona dell'Ordine, e cioè frate Giordano da Giano, della valle di Spoleto, il quale, per quasi tutta l'estate fu il solo sacerdote che celebrò alternamente a Worms, a Magonza e a Spira. In quello stesso anno frate Cesario istituì come custode a Magonza, Worms, Colonia e Spira frate Tommaso da Celano.

31. Frate Cesario, uomo tutto dedito alla meditazione del Vangelo e grandissimo zelatore della povertà, era così gradito ai frati che essi lo veneravano quasi come il più santo dopo il beato Francesco. Ma proprio in quel medesimo anno, stanco e preso dal desiderio di rivedere il beato Francesco e i frati della valle di Spoleto, poiché ormai l'Ordine in Germania era ben impiantato, nominò come suo vicario frate Tommaso da Celano, allora unico custode, e presi con sé frate Simone che ora a Spoleto gode fama di santità (54) e alcuni altri frati virtuosi e pii, giunse dal beato Francesco e da frate Elia, benevolmente accolto da lui e dagli altri frati. E durante il Capitolo, che in quello stesso anno si celebrò a Santa Maria della Porziuncola, frate Cesario fu sollevato dall'incarico di ministro tenuto per due anni e in esso gli fu sostituito frate Alberto da Pisa (55).

32. Insieme a frate Alberto da Pisa poi furono inviati dall'Italia frati virtuosi e istruiti, e precisamente frate Marzio da Milano, frate Giacomo da Treviso, un frate inglese esperto di diritto e molti altri.
Pertanto frate Alberto da Pisa, secondo ministro provinciale della Germania, giunto in questa terra, convocati i frati più anziani, e cioè Giovanni da Pian del Carpine, frate Tommaso, vicario e unico custode, e alcuni altri, nel giorno della Natività della Vergine celebrò un Capitolo a Spira, presso il lebbrosario fuori le mura. Qui allora era guardiano frate Giordano, il quale in quel Capitolo cantò la messa solenne.

33. In quel Capitolo essi, provvedendo con sollecitudine alla conservazione e alla propagazione dell'Ordine, nominarono frate Marzio custode della Franconia, frate Angelo da Worms custode della Baviera e della Svevia, frate Giacomo custode dell'Alsazia e frate Giovanni da Pian del Carpine custode della Sassonia.

34. Insieme a frate Giovanni da Pian del Carpine entrarono in Sassonia gli inglesi frate Giovanni e frate Guglielmo, il chierico lombardo frate Egidio, il sacerdote frate Palmerio, il sacerdote frate Rinaldo da Spoleto, i frati laici Ruggero, tedesco, Rokker e Benedetto, frate Titmaro e frate Emanuele da Verona, sarto.

35. Tutti questi, al loro arrivo a Hildesheim, dapprima furono ricevuti e ben ristorati dal canonico Enrico di Tossem, poi, presentatisi al signor vescovo Corrado (56), grande predicatore e teologo, furono accolti con solennità. Il vescovo, convocato il clero della sua città, fece predicare alla moltitudine dei chierici da frate Giovanni da Pian del Carpine, primo guardiano di Sassonia.
Finita la predica il signor vescovo, raccomandando al clero e al popolo frate Giovanni e gli altri del suo Ordine, concedette loro la facoltà di predicare e di ascoltare le confessioni in tutta la sua diocesi. E molti, invero, per la predicazione e l'esempio dei frati, presi da compunzione, entrarono nell'Ordine.
Di questi uno fu Bernardo, figlio del conte di Poppenburg e canonico della cattedrale, poi Alberto, maestro di scuola e uomo di lettere, un certo Ludolf e un cavaliere. Poi, in seguito all'uscita dall'Ordine di alcuni frati, nacque una certa confusione e il favore del popolo nei confronti dei frati si intiepidì a tal punto che gli offrivano l'elemosina con stizza e, se mendicavano, li ricevevano quasi volgendo altrove il viso. Ma ben presto, con l'aiuto della provvidenza divina, il favore perduto rifiorì e il popolo tornò ad amare i frati come prima.

36. Nell'anno del Signore 1223 frate Giovanni da Pian del Carpine, volendo estendere l'ordine, mandò molti frati scelti a Hildesheim, a Brunswick, a Goslar, a Magdeburgo e ad Halberstadt.

37. Nell'anno del Signore 1224, nel giorno dell'Assunzione della Beata Vergine, convocati i custodi, i guardiani e i predicatori, si tenne un Capitolo provinciale a Würzsburg. Frate Giovanni da Pian del Carpine, custode della Sassonia, sciolto da questo incarico, fu trasferito a Colonia, mentre venne istituito secondo custode della Sassonia frate Giacomo, già custode dell'Alsazia e uomo amabile, mansueto, modesto e pio. Con lui furono mandati frati anziani dell'Ordine, sia chierici sia laici, ed essi con la loro umiltà e con l'esempio della loro vita in breve tempo si conquistarono molto favore presso il clero e presso il popolo.

38. In quel medesimo anno frate Alberto da Pisa, ministro della Germania, colpito dallo sviluppo raggiunto dall'Ordine in Sassonia, dovendo passare dalla Turingia, recandosi dalla Sassonia al Reno, mandò in Turingia frate Giordano, guardiano di Magonza, e sette frati perché reperissero case da alloggiarvi convenientemente i frati.

39. Frate Giordano con i suoi frati intraprese il cammino per giungere da Magonza alla Turingia il 27 ottobre e pervenne a Erfurt nel giorno di San Martino. Ma poiché era inverno e non era stagione da costruire case, su consiglio degli abitanti della città e di alcuni del clero, i frati furono alloggiati nella curia del sacerdote dei lebbrosi fuori le mura, in attesa che gli abitanti della città provvedessero meglio alla loro sistemazione.

<< introduzione e prologo | capitoli 40-78 >> | note >>



 
 



Property of "Sacred Convent of Assisi".
Management by: DreamNet Ltd